Papa Francesco invita a sostenere ed alimentare in modo costante l’armonia del legame familiare con il rispetto reciproco fra i componenti della famiglia tramite l’uso di tre parole: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Sono parole semplici, eppure racchiudono in loro una forza enorme che garantisce la sopravvivenza stessa della famiglia e la loro assenza crea crepe capaci di farla rovinare perché, nonostante la loro chiarezza e comprensibilità, spesso sono difficili da vivere nel quotidiano.

Esse sono tradizionalmente intese come le parole della “buona educazione”, aspetto sicuramente importante, ma non devono però cadere nel convenzionalismo delle “buone maniere” che spesso celano falsità, meschinità d’animo ed indifferenza per l’altro. Pericolo in cui tutti potremmo incorrere, basti pensare alle ipocrite lusinghe del Diavolo nella pagina delle tentazioni: “sfoggia buone maniere e cita le Sacre Scritture, sembra un teologo!”. Lo stile è impeccabile, ma lo scopo è quello di distogliere dalla Verità dell’amore di Dio.

Con l’ausilio della prima parola “permesso” viviamo, quindi, l’autentico significato della buona educazione con reale rispetto dell’altro e finezza di atteggiamento accostandoci “in punta di piedi”, non in modo invasivo, perché “la confidenza[…]non autorizza a dare tutto per scontato”. Rimaniamo alla porta a bussare – come Gesù nel libro dell’Apocalisse «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20) – perché l’amore vero

esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere

Nella società odierna troppo spesso ci si dimentica la seconda parola “grazie”, anzi essa viene addirittura svalutata e vista come espressione di debolezza, il non dirla diventa quasi sinonimo di emancipazione. Questa propensione deve essere contrastata all’interno della famiglia diventando

intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui

La terza parola “scusa” è probabilmente la più difficile da dire e farla propria e perciò necessità di un vero impegno, di preghiera. Non a caso nel “Padre Nostro” che Gesù stesso ci insegna, si trova questa frase «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12): il riconoscimento delle nostre mancanze ed errori ed il desiderio di riconciliarsi restituendo rispetto, sincerità e amore, “rende degni del perdono”. In famiglia, purtroppo, quando ci sono litigi, incomprensioni, brutte parole, quando si perde l’uso di questa fondamentale parola si aprono ferite laceranti che minano per sempre la stabilità familiare e concorrono alla sua distruzione.

Difendiamo la nostra famiglia con il consiglio di Francesco: anche quando “volano i piatti” non trasciniamo i sentimenti di rabbia al giorno dopo

mai finire la giornata senza fare la pace!

Per farlo non è necessario dire scusa a parole, “basta una carezza!”.

L’uso di queste tre parole nella nostra casa e nella convivenza civile si legano in modo essenziale a quelle di “fratello” e “sorella” che – frequentemente utilizzate e amate nel cristianesimo – per merito dell’esperienza familiare, sono parole comprese da qualsiasi cultura ed in qualsiasi epoca.

Il legame fraterno, infatti, si acquisisce in famiglia alimentato dal clima di rispetto ed apertura agli altri sopra descritto consentendoci di imparare a gestire i rapporti interpersonali e come si deve vivere in società, tant’è che

è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo!

portata in pienezza da Gesù Cristo che, nell’amore trinitario la potenzia facendola andare oltre i legami di parentela.

Solo con la fraternità, la libertà e l’uguaglianza possono rifuggire l’individualismo ed il conformismo dell’interesse personale tipici “della nostra società tecnocratica e burocratica” e prendere “la loro giusta intonazione”.

Ogni fratello e sorella ha il ruolo fondamentale di protezione nei confronti degli altri, soprattutto dei più piccoli ed indifesi, attraverso “la premura, la pazienza, l’affetto[…], la generosità”. La possibilità di avere un fratello o una sorella in famiglia è “un’esperienza forte, impagabile, insostituibile” che caratterizza anche la fraternità cristiana in quanto seguono il principio dell’amore di Dio e il senso della giustizia umana: “I cristiani, infatti, vanno incontro ai poveri e deboli non per obbedire ad un programma ideologico, ma perché la parola e l’esempio del Signore ci dicono che tutti siamo fratelli”. In quest’ottica siamo invitati a non comportarci come Caino di fronte alla domanda che Dio gli rivolge – e che rivolge ad ogni uomo da generazioni – «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9a) con la solita risposta indifferente «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9b) giacché sì, ognuno è custode dell’altro e, nel caso dei fratelli di sangue,

tutti i fratelli hanno abitato il grembo della stessa mamma durante nove mesi, vengono dalla carne della mamma! E non si può rompere la fratellanza

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/index.html#audiences

http://www.movimentovitamilano.it/famiglia-le-tre-parole-e-la-fratellanza/