L’adozione non è un gioco a chi salva un bimbo povero! È roba seria. La figlia adottiva che è in me si chiede: ma se per me è una ferita la mia storia così com’è andata, per quei bimbi che vengono da madri che hanno prestato il loro grembo x crescerli e poi li hanno dovuti lasciare nelle braccia di altri genitori (sulla quale capacità di amare o orientamento sessuale non voglio esprimere giudizi ora) che roba potrebbe essere? Perché cari genitori adottivi o quasi si può non dire la verità ad un figlio adottato, poi se magari è del tuo stesso colore di pelle, te la cavi che ti assomiglia pure, ma in quel figlio ci sarà sempre e dico sempre qualcosa di strano. Un piccolo tarlo, un tassello che non combacerá mai…e quella ferita tornerà a galla. La ferita di non poter essere stato anche solo per 5 minuti in braccio alla donna che ti ha tenuto nel grembo e non aver potuto sentire vicino a te quel battito del suo cuore che ha scandito il tempo per nove mesi. Lo chiamano utero in affitto perché forse madre in affitto faceva brutto o forse perché vogliono creare una certa surreale distanza tra madre e figlio. Ovviamente a parole perché nella realtà dei fatti questo legame determinerà per sempre la vita e la storia di ognuno di noi.”

il blog di Costanza Miriano

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di Sangeetha Bonaiti

C’era una volta, 31 anni fa circa, una donna curva sul suo dolore. Quel dolore inspiegabile che prova solo chi sente che il momento che il figlio che porta  in grembo sta per nascere. Quella donna era mia madre…mi fece nascere in ospedale e poi morì. In India in quegli anni si moriva ancora per il parto. C’era una volta, circa un anno e mezzo dopo, una donna, italiana alla quale una telefonata dall’ India scombussolò la vita. Quella era mia mamma, la mia meravigliosa e unica mamma. C’era una volta, dopo circa trent’anni, una donna, una madre di tre bambini meravigliosi.

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