Di Emanuele Boffi

Questa vuole essere solo una didascalia all’immagine che vedete pubblicata qui sopra. È una fotografia scattata il 28 agosto nella tendopoli di Arquata del Tronto dove sono stati ospitati gli sfollati del terremoto di quattro giorni prima. Alle spalle del vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole che sta celebrando Messa, appare una croce costruita con le scale e gli elmetti dei Vigili del fuoco di Cuneo.

Sono gli strumenti che, fino a un momento prima e, terminata la celebrazione, a partire dal momento dopo, i pompieri hanno utilizzato per estrarre da sotto le macerie corpi di vivi, mezzi vivi, morti. Ma in quel momento, il momento della preghiera e della devozione, quelle scale e quegli elmetti non sono più solo se stessi – o, meglio sarebbe dire, sono “perfettamente se stessi” – diventando croce, cioè dolore e supplica che il male sia redento, la sofferenza sia purificata, il grido sia domanda, la vita non sia vana.

Quando capita un terremoto, la terra si apre e il cielo precipita. A crollare, come si dice, non sono solo le case e le chiese, ma le nostre certezze esistenziali. Viene giù tutto. Viene giù, letteralmente, tutto. Poi si scava a mani nude e si sbigottisce di fronte ai racconti eroici e tragici dei soccorritori, dei padri, delle madri, dei bambini. E la conta dei morti e le lacrime dei sopravvissuti; è tutto uno strazio. E tutto è come se diventasse, d’un baleno, urgente ed essenziale, come se si fosse aperta sotto di noi la terra e dentro di noi una domanda di senso, come una crepa nel muro delle nostre illusioni. Di schianto si è davanti al Mistero (e qui, a seconda che alla parola si metta la maiuscola o minuscola, cambia molto). Per questo, quella croce dei pompieri di Cuneo c’è parsa la risposta meno retorica e più adeguata per esprimere lo sgomento ma anche la speranza, la tragedia ma anche la fede operativa. L’ora e il labora.

La croce dei pompieri nella tendopoli di Arquata | Tempi.it

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